Quando ho finito questo libro ho subito pensato che Biplane Edizioni fosse ancora una conferma. È il loro secondo libro che leggo e credo davvero sia una casa editrice indipendente molto promettente. Atipica, originale, sempre alla ricerca di storie che deviano dal mainstream, ma con garbo, eleganza e cura dei dettagli. Li ringrazio per affidarmi sempre senza remore le loro “creature”.

La via più facile è la storia di Evan, un infermiere che entra a far parte di un rigoroso progetto sperimentale dell’ospedale in cui lavora, un progetto che si occupa di accompagnare i pazienti in fin di vita all’atto finale della vita, per loro stessa volontà.

Evan è un ragazzo omosessuale di trent’anni che non riesce a mettere radici, da nessuna parte e con nessuno in particolare, forse perché non ancora pronto: si stabilisce a casa della madre Viv quando potrebbe andare a vivere finalmente da solo mentre quest’ultima è, a causa di una malattia degenerativa, costretta in una struttura riabilitativa, suo malgrado; ha un rapporto sentimentale intermittente con una coppia di ragazzi che invece lo vorrebbe nella sua vita in pianta stabile, ma anche con loro fatica a fare sul serio.

L’unico contesto in cui riesce ad essere veramente rigoroso, attento e presente a se stesso è quello lavorativo, che sente però sempre più stretto: non gli basta porgere ai malati il bicchierino con la medicina che porrà la fine della loro vita, desidera un ruolo più incisivo e attivo. A causa di un errore sarà più tardi costretto a licenziarsi, e questo lo farà approdare in un altro programma, simile al precedente ma molto meno rigoroso e attento ai protocolli che era costretto a rispettare in precedenza, in cui forse si ritroverà con le mani libere.

Ma cosa accadrà quando sarà la malattia della stessa madre, Viv, a peggiorare irrimediabilmente e a mettere Evan di fronte alla possibilità di dover attuare con lei la procedura che fino a quel momento svolgeva con i suoi pazienti? Qual è poi davvero la via più facile? Accettare che la vita segua il proprio corso, anche fra mille sofferenze, o agire su di essa per renderla più degna anche e soprattutto nel momento finale?

È una storia molto interessante, che pone al lettore diversi interrogativi, e lo fa in maniera a volte cruda, senza remore o tentativi di addolcire la pillola.

Anche lo stile è diretto, trasparente: nessun filtro o trama in dissolvenza viene imbastita per parlare di morte assistita, rapporti omosessuali, dolori fisici allucinanti.

I personaggi non hanno molte sovrastrutture, ma risultano veri, a volte spietati (con se stessi), a volte profondamente sofferenti.

Interessante il rapporto madre-figlio, quella volontà di Evan di emanciparsi dalla madre ma nello stesso tempo di credere che lei abbia davvero ancora bisogno di lui, come scusa poi per non dover allontanarsene mai e vivere la propria vita. Viv in realtà è una donna totalmente indipendente, almeno nelle intenzioni, forte e cocciuta, che non intende lasciarsi andare alla malattia nemmeno quando il peggioramento è ormai evidente.

Come sfondo sotteso, la dicotomia dipendenza/indipendenza da qualcuno o da qualcosa che lo scrittore riesce a creare quasi a ricalco su ogni situazione o relazione.

Un romanzo dalle tinte forti, non leggero, ma doloroso e vero. Senza dubbio da leggere se volete vivere una storia in cui la morte non sia il solito spauracchio che siamo abituati a vedere e leggere ovunque, ma soprattutto dove il limite tra l’essere “sani e inconsapevoli” e l’essere malati non è sempre così netto e consistente e non sia infine una discriminante per vivere o meno la propria vita.

Alicedicarta

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