LA VIA PIÙ FACILE di Steven Amsterdam

Quando ho finito questo libro ho subito pensato che Biplane Edizioni fosse ancora una conferma. È il loro secondo libro che leggo e credo davvero sia una casa editrice indipendente molto promettente. Atipica, originale, sempre alla ricerca di storie che deviano dal mainstream, ma con garbo, eleganza e cura dei dettagli. Li ringrazio per affidarmi sempre senza remore le loro “creature”.

La via più facile è la storia di Evan, un infermiere che entra a far parte di un rigoroso progetto sperimentale dell’ospedale in cui lavora, un progetto che si occupa di accompagnare i pazienti in fin di vita all’atto finale della vita, per loro stessa volontà.

Evan è un ragazzo omosessuale di trent’anni che non riesce a mettere radici, da nessuna parte e con nessuno in particolare, forse perché non ancora pronto: si stabilisce a casa della madre Viv quando potrebbe andare a vivere finalmente da solo mentre quest’ultima è, a causa di una malattia degenerativa, costretta in una struttura riabilitativa, suo malgrado; ha un rapporto sentimentale intermittente con una coppia di ragazzi che invece lo vorrebbe nella sua vita in pianta stabile, ma anche con loro fatica a fare sul serio.

L’unico contesto in cui riesce ad essere veramente rigoroso, attento e presente a se stesso è quello lavorativo, che sente però sempre più stretto: non gli basta porgere ai malati il bicchierino con la medicina che porrà la fine della loro vita, desidera un ruolo più incisivo e attivo. A causa di un errore sarà più tardi costretto a licenziarsi, e questo lo farà approdare in un altro programma, simile al precedente ma molto meno rigoroso e attento ai protocolli che era costretto a rispettare in precedenza, in cui forse si ritroverà con le mani libere.

Ma cosa accadrà quando sarà la malattia della stessa madre, Viv, a peggiorare irrimediabilmente e a mettere Evan di fronte alla possibilità di dover attuare con lei la procedura che fino a quel momento svolgeva con i suoi pazienti? Qual è poi davvero la via più facile? Accettare che la vita segua il proprio corso, anche fra mille sofferenze, o agire su di essa per renderla più degna anche e soprattutto nel momento finale?

È una storia molto interessante, che pone al lettore diversi interrogativi, e lo fa in maniera a volte cruda, senza remore o tentativi di addolcire la pillola.

Anche lo stile è diretto, trasparente: nessun filtro o trama in dissolvenza viene imbastita per parlare di morte assistita, rapporti omosessuali, dolori fisici allucinanti.

I personaggi non hanno molte sovrastrutture, ma risultano veri, a volte spietati (con se stessi), a volte profondamente sofferenti.

Interessante il rapporto madre-figlio, quella volontà di Evan di emanciparsi dalla madre ma nello stesso tempo di credere che lei abbia davvero ancora bisogno di lui, come scusa poi per non dover allontanarsene mai e vivere la propria vita. Viv in realtà è una donna totalmente indipendente, almeno nelle intenzioni, forte e cocciuta, che non intende lasciarsi andare alla malattia nemmeno quando il peggioramento è ormai evidente.

Come sfondo sotteso, la dicotomia dipendenza/indipendenza da qualcuno o da qualcosa che lo scrittore riesce a creare quasi a ricalco su ogni situazione o relazione.

Un romanzo dalle tinte forti, non leggero, ma doloroso e vero. Senza dubbio da leggere se volete vivere una storia in cui la morte non sia il solito spauracchio che siamo abituati a vedere e leggere ovunque, ma soprattutto dove il limite tra l’essere “sani e inconsapevoli” e l’essere malati non è sempre così netto e consistente e non sia infine una discriminante per vivere o meno la propria vita.

Alicedicarta

#consiglidiottobre

Ad ottobre ho letto veramente poco, lo sapete già se mi seguite anche su Instagram. È stato un mese un po’ campale, lavorativamente parlando, e non mi sentivo molto ispirata. Confido nel mese di novembre.

Venendo a noi, di Bayle. La difficoltà dell’essere vi ho già parlato nell’articolo precedente, soffermarmici ancora qui sarebbe superfluo.

Il secondo libro letto è stato quello per il mio primo gruppo di lettura su Ig, ovvero La straniera di Claudia Durastanti.

L’esperienza è stata davvero divertente, le serate di confronto piacevoli e arricchenti, anche se solo virtuali, soprattutto dal punto di vista umano. Ho conosciuto meglio alcune delle mie follower e devo dire che non avrei potuto avere una partenza e delle compagne migliori per iniziare. Mi è subito venuta voglia di organizzarne un altro. Risate a volontà e desiderio di condivisione. Che altro potevo desiderare?

Un libro migliore, quello sicuramente. Avevo aspettative forse troppo alte su La straniera, uno dei romanzi della cinquina finalista al Premio Strega 2019. Immaginavo e sognavo qualcosa di alto livello, e invece la storia non mi ha affatto entusiasmato, o meglio, proprio quando stava cominciando a farlo è finita.

Lo stile di scrittura della Durastanti è indubbiamente degno di nota, ma a questo non ha fatto seguito un intreccio altrettanto rilevante. Forse perché un intreccio vero e proprio non c’è.

La scrittrice racconta la storia della sua famiglia, dell’incontro dei suoi genitori affetti da sordità e delle loro rispettive parentele, nonni, zii, cugini vari (in una confusione tale da cui è difficile cavarsi d’impaccio), del loro destino da emigranti, dall’Italia all’America e viceversa.

Il problema è che nessun personaggio viene messo a fuoco, scavato nel profondo, descritto in relazione a lei e al peso che ha avuto nella sua vita, quasi come fosse una cronaca. Che poi nemmeno di quello si tratta, perché il ritmo e la narrazione non hanno un filo logico, lineare, o comunque temporale. Sembra quasi un flusso di coscienza, senza filtri, dell’autrice che si lascia andare ai ricordi del passato. Che ci potrebbe anche stare, per carità, ma il tutto è anche condito (o non condito) da una totale assenza di emozioni, niente che possa far immedesimare il lettore nella sua storia. Nessun trasporto, sofferenza, gioia.

Anche temi come l’emigrazione e la disabilità fisica avrebbero potuto essere un facile appiglio per parlare con la voce tremante di qualcuno che ha e sta ancora soffrendo per delle mancanze, esclusioni, incomprensioni. E invece no, emerge solo verso la fine un leggero “sentore” dell’importanza del legame con la madre. Anche per quanto riguarda il rapporto con il fratello, lei riferisce che è stata la persona più importante della sua vita ma mai, in nessun modo, viene descritto il perché, come, quando…

Insomma, è stata talmente grande per me la delusione che mi rendo conto che potrei stare qui a parlarne anche per ore (essendo forse più incisiva di lei quando parla della sua famiglia), ma non mi va. Se volete leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate. Magari non ho capito niente. Può essere.

Per risollevarmi ho preso subito in mano la mia cara Elena Ferrante e il suo L’invenzione occasionale.

Lei attualmente è la mia scrittrice contemporanea preferita. Mi riconosco in lei, totalmente, o meglio vorrei essere, scrivere, vivere quello che ha vissuto lei. Lei parla come parlerebbe la parte più profonda di me, tocca corde che nessun altro scrittore sa toccare.

In questo libro l’ho compreso ancora di più, perché qui parla di lei, quello in cui crede, quello che ama e odia, le sue abitudini, i vizi e le virtù di una scrittrice che poi è soprattutto una donna. Una donna che non ha paura di apparire com’è, con le sue fragilità, storture, punti oscuri e debolezze.

È una raccolta di articoli pubblicati sul Guardian nel 2018, tradotti e riuniti qui sotto forma di saggi su diversi argomenti, alcuni importanti altri meno.

Se la amate o semplicemente vi incuriosisce scoprire qualcosa in più della sua persona, questo è il libro giusto secondo me. Da non perdere.

Come detto in apertura, il piatto piange questo mese. Siamo già arrivati alla fine delle letture di questo mese. Spero che novembre sia più fruttuoso e che non abbia delusioni scottanti come il mese passato, soprattutto perché è uscito e sto già leggendo il nuovo romanzo della Ferrante.

A prestissimo per aggiornamenti.

Alicedicarta

BAYLE. LA DIFFICOLTÀ DELL’ESSERE di Caterina Schiariti

“La difficoltà dell’essere è solo l’interminabile ricerca di esso.”

Fine ‘600, inizi ‘700. Francia e Inghilterra. Bayle e Juliette. Ragione e sentimento. Silenzio e parole. Realtà e finzione. Cristianesimo e Riforma Protestante. Amore manifesto e amore represso. Queste sono solo alcune delle dicotomie presenti nel romanzo storico Bayle. La difficoltà dell’essere, donatomi gentilmente dall’autrice Caterina Schiariti.

Si tratta di un romanzo epistolare tra il filosofo Pierre Bayle, realmente vissuto tra il 600 e il 700, e Juliette, delicato e forte personaggio inventato che gli farà da contraltare. Tra fatti storici, religiosi e politici della Francia di Luigi XIV incastonati fra le righe, frutto dell’enorme fatica della scrittrice (nonché ricercatrice e storica dell’età moderna), i protagonisti affidano alle pagine di una lettera tutte le loro inquietudini d’animo: quelle del tempo che stanno vivendo e che spesso li fa traballare, e quelle di un sentimento difficile da confessare. Alla fine del carteggio avverrà un disvelamento delle loro emozioni oppure no? Di certo assistiamo ad un colpo di scena inaspettato, a tal punto da sembrare reale.

Insomma un libro un po’ manicheo, intriso di sofferenza, di cose non dette, di mistero. Un libro in cui fatti e persone reali vengono vissuti e rivissuti dall’autrice attraverso la sua stessa anima. Un libro vero, fatto di vere emozioni impersonificate nei due protagonisti, che per quanto mi riguarda diventano piccoli piccoli rispetto alle profonde riflessioni e disquisizioni filosofiche a cui danno voce.

È strano, ma ho avuto nello stesso tempo la sensazione di non conoscere affatto i personaggi e di comprendere perfettamente tutto ciò che è custodito nella loro anima. Non sappiamo chi sono veramente ma cosa provano si, fin nelle viscere.

Indubbiamente il linguaggio utilizzato è quello del tempo in cui è ambientato il romanzo, e forse per questo a volte può risultare ostico, o comunque non proprio di facile lettura e scorrevolezza.

Ma è proprio qui che voglio soffermarmi. Tutto questo non può che meritare un’ulteriore menzione positiva alla scrittrice.

Immaginate il lavoro che c’è stato dietro, non solo nella trama che fa da sfondo storico, ma anche nello stile e nelle idee messi in campo. Tutto ciò non fa che rendere profondamente reale l’atmosfera che viviamo: davvero vien da chiedere se non siano fonti storiche attendibili quelle che ci vengono presentate come una semplice prova d’invenzione.

Senza contare le sedute gratis di psicanalisi che ho fatto grazie a questo libro. Una fucina infinita di riflessioni che hanno scatenano uno tsunami dentro di me. Ho sottolineato quasi tutto e quasi tutto avrei voluto condividere con voi.

Ma le mie parole, per quanto mi sforzi, non riescono a descrivere la sensazione che ho avuto di trovarmi di fronte a qualcosa di veramente prezioso, unico, di alto livello che è questo libro. Le parole a volte non riescono a contenere la vita, le emozioni, la realtà. Leggetelo, credetemi, e preparatevi ad un viaggio nel tempo, al viaggio di Bayle, Juliette e… Caterina.

Alicedicarta

#consiglidisettembre

Settembre è stato più prolifico di quanto mi aspettassi. Un bottino molto eterogeneo e variegato.

Vi ho parlato già di La verità sul caso Sara Lane, La mossa del gatto e Il pentagramma dell’anima, qui e su Instagram: si tratta di collaborazioni con autori e case editrici che naturalmente hanno meritato uno spazio tutto loro.

Resta ora di parlarvi, quindi, delle mie letture in senso stretto, quelle “libere”.

Si tratta indubbiamente di tre libri eccezionali nel loro genere, ed è per questo che mi risulta difficile fare una classifica. Quello che mi ha suscitato più interrogativi è senza dubbio Stoner, di John Williams.

È un libro che tuttora non riesco a capire nel profondo, non so se qualcosa mi è sfuggito, se è necessaria una rilettura o semplicemente non è riuscito a trasmettermi emozioni degne di nota, o comunque che mi aspettavo viste le recensioni positive che ho letto in giro.

Indubbiamente la scrittura è notevole, ma questo non basta per far sì che un libro mi resti dentro.

Il protagonista è incredibilmente apatico, accetta la vita che gli succede senza battere ciglio. Se l’intento dell’autore era quello di creare un personaggio non personaggio, quasi senza personalità e a cui non accade poi niente di così particolare, beh, ci è riuscito. Forse più avanti lo rileggerò e capirò cose che al momento mi sono oscure, ma ad oggi il mio giudizio è sospeso, anche se continua a tornarmi in mente, di tanto in tanto.

Accabadora invece mi è piaciuto tantissimo. È il primo libro di Michela Murgia che ho letto e devo dire che è stato una rivelazione. Una storia dal sapore antico, sofferto, profondamente terreno.

In un piccolo paese rurale della Sardegna degli anni cinquanta, una donna ormai in età avanzata, benestante, sola e sterile, decide di adottare una bambina di una famiglia molto povera, l’ultima, l’indesiderata. Con il tempo si ritrovano ad avere profondo rispetto e gratitudine l’una per l’altra, ad amarsi senza dirselo, ad essere una famiglia, anche se la donna nasconde un segreto alla “figlia d’anima” che si rivelerà per lei sconvolgente. A tal punto da farle rinnegare tutto e scappare via dopo il disvelamento, di cui tutti, tra l’altro, in paese erano a conoscenza tranne lei.

Cosa succederà quando anni dopo sarà costretta a tornare sul letto di morte della madre adottiva? Vedrà le cose con altri occhi? Riuscirà a capire le profonde motivazioni dietro le sue scelte e azioni?

Un romanzo da leggere senza dubbio, che fa riflettere e amare e comprendere il dolore e le scelte che in nome di questo, a volte, si è costretti a fare.

Infine ho letto Conversazione su Tiresia di Andrea Camilleri, che non ha certo bisogno di presentazioni.

Il libro è un monologo teatrale del personaggio-mito Tiresia, che in prima persona ripercorre la sua storia e tradizione attraverso la letteratura straniera e italiana.

Camilleri lo fa con ironia, semplicità ed eleganza insieme che, si sa, lo contraddistinguono e che tutti ben conosciamo. Insomma, un libricino che in poche pagine riesce ad incuriosire, divertire ed appassionare.

Devo dire che alla fine sono piuttosto soddisfatta di aver spaziato fra diversi generi ed autori. E soprattutto di aver vissuto altre vite. Ci si rilegge presto.

Alicedicarta

LA MOSSA DEL GATTO di Sonia Sacrato

Golem Edizioni, 263 pp. – 2018 (13,90 €)

Leggere un giallo è sempre una sfida per me, non perché non sia affascinata dalla suspance o gli intrighi, ma perché non riesco mai ad empatizzare con i personaggi, ad affezionarmici più di tanto, forse perché il focus della storia è puntato su altro, non lo so. È un mio limite probabilmente.

Ecco, con La mossa del gatto questo non è successo. Mi aspettavo la solita trama con indagini e colpi di scena e basta, devo essere sincera, e naturalmente zero immedesimazione. Invece è stato un tripudio di emozioni.

È la storia di Cloe, una donna di 38 anni costretta dalla madre a tornare nel suo piccolo paese di origine a causa della morte della nonna e della casa da svuotare. Costretta perché Cloe non ama rivangare il passato, perché alla nonna sono legati brutti ricordi a cui non vuole per nessuno motivo pensare.

Sarà però il ritrovamento di una scatola con un fazzoletto insanguinato, una roncola e un foglio di giornale del 1956 a metterla di fronte ad una serie di eventi del passato poco chiari e a scatenare in Cloe la voglia di indagare sempre di più, con l’aiuto del suo vecchio amico Fabrizio, maresciallo in pensione.

Intrighi di paese in cui le carte verranno rimescolate più volte e in cui alla fine avrà un ruolo decisivo il gatto della protagonista, Pablo.

Al di là della trama in senso stretto, che tra l’altro è molto più di quello che avete appena letto, di questa storia ho apprezzato veramente il fatto che sia stato costruito con la giusta dose di tutti gli ingredienti necessari per rendere un libro davvero godibile.

L’intreccio da districare, la caratterizzazione dei personaggi così vera e reale, la componente sentimentale ma mai stucchevole nel personaggio della protagonista, in bilico fra due uomini, l’interiorità di Cloe in cui è impossibile non immedesimarsi, proprio perché rappresenta quella di una ragazza normale, con le sue paure, insicurezze, lati oscuri. Un passato che ha degli strascichi profondi in lei, ma che la rendono per questo tremendamente umana.

Non voglio tessere le lodi di questo libro a priori, sto cercando solo di trasmettervi il mio entusiasmo per quello che non è semplicemente un romanzo giallo, o comunque non solo un romanzo giallo. Fidatevi, una bellissima chicca che sta tra l’altro ottenendo anche premi importanti. E li merita tutti.

Una vera sorpresa.

L’autrice è al suo primo romanzo, ma ha un blog molto interessante e vi posso assicurare che si tratta di una persona veramente squisita. Tenete d’occhio anche la casa editrice, ha dei titoli molto variegati ed una cura nel loro lavoro eccezionale.

Alicedicarta

LETTURE ESTIVE

Questa estate ho avuto pochissimissimo tempo per leggere, come ho già scritto altrove. Da una parte mi dispiace, dall’altra ho avuto modo di staccare la spina dalla mia routine invernale, e quindi anche dalla lettura. A volte, se per brevi periodi, male non fa. È sempre un diritto del lettore, tra l’altro.

Comunque, i quattro libri che vedete in foto li ho divorati, se così si può dire. La sera, nonostante le giornate estenuanti passate a correre dietro a mio figlio di 15 mesi che sta scoprendo il mondo, nonostante leggere fosse il mio ultimo pensiero.

Spero non mi biasimerete se ne parlo in un unico articolo. Fanno parte del capitolo estivo che, con queste parole, si chiude. Eh si, l’estate è finita, si torna alla vita e alle letture di tutti i giorni.

Parto da quello che mi è piaciuto meno, e cioè Benevolenza cosmica di Fabio Bacà, edito Adelphi. Ho capito che molto del parere che ti fai di un libro dipende dalle aspettative che hai prima di iniziarlo. Beh, le mie aspettative erano piuttosto alte: millemila recensioni che decantavano i mirabolanti effetti speciali di quest’opera come se fosse meritevole di chissà che cosa.

Io ho trovato odioso il protagonista (perché solo di lui si può parlare visto che non ci sono altri personaggi degni di nota), passabile la trama e pesante e ridondante la scrittura. Volete sapere altro?

Un uomo che di punto in bianco ha tutte le fortune di questo mondo e tenta di sbarazzarsi di questa “benevolenza cosmica” di cui non riesce a farsi una ragione. La fine però è carina. Questa è in soldoni la trama.

Il protagonista non mi ha ispirato nessun sentimento di condivisione o empatia. È proprio insulso.

Lo stile è fintamente ricercato, a tratti noioso e pesante.

Insomma no, una delusione. Andiamo oltre.

In ordine crescente di gradimento troviamo poi Mia madre è un fiume, di Donatella Di Pietrantonio (Elliot Edizioni), l’autrice della più famosa L’arminuta. Ecco, il confronto non regge assolutamente. Bel libro, per carità, ma niente rispetto a quest’ultimo.

C’è molta “abruzzesità“, molta appartenenza al territorio, un racconto a ritroso che la figlia fa alla madre affetta dall’Alzheimer: il racconto della storia della sua famiglia, della povertà, dei sacrifici, della vita contadina della madre. Profondo affetto e sofferenza affiorano sul pelo delle pagine.

Però manca qualcosa, uno strattone, uno schiaffo che svegli il lettore dal torpore dei ricordi che si incastrano con le preoccupazioni della figlia per la madre.

Uno stile non ancora maturo e chiaro come ne L’arminuta, non ben a fuoco.

Ciò nonostante, non mi sento di bocciare questo libro. Sarà perché parla dell’Abruzzo, mia terra natale, sarà che forse l’autrice lo voleva scrivere proprio così, pacato e tranquillo, senza scossoni. Libro tenero e triste. Di medio spessore.

Veniamo adesso a La stanza di sopra di Rosella Postorino (Feltrinelli). Quasi a pari merito con il primo in classifica dei quattro, se non fosse per il dolore profondo, profondissimo, marchiato a fuoco su ogni parola.

Una ragazza adolescente annientata dalla malattia del padre, praticamente un vegetale allettato nella “stanza di sopra” di casa, della casa dove vive con la madre, anch’essa invisibile nella vita della figlia. Invisibile e incapace di capire le sofferenze e la solitudine che quest’ultima prova, troppo presa dal suo stesso dolore per il marito.

Una ragazza che cerca conforto in mille figure maschili, anche molto più grandi di lei, che possano supplire alla grande mancanza del padre, vivo ma praticamente inesistente. Una presenza ingombrante e assente al tempo stesso.

Un libro che fa male ad ogni rigo, che ti uccide insieme alle immani sofferenze della protagonista, sola e in cerca di amore, fisicità, riconoscimento, affetto, presenza.

Stupendo ma doloroso. Moltissimo.

E infine, per concludere in bellezza, vince il premio come miglior lettura dell’estate 2019, senza dubbio, L’isola dell’abbandono di Chiara Gamberale.

L’ho amato profondamente, forse perché è stato il libro giusto al momento giusto.

Una relazione malata e morbosa che assorbe tutto il corpo e l’anima della protagonista. Un’isola che sarà il punto di svolta e che farà da sfondo ad un altro incontro, un altro amore. Totalmente opposto.

Il dover tornare duramente alla realtà per un fatto truce che rimetterà tutto in discussione.

E poi la maternità. Vissuta con amore e dedizione infiniti ma anche con mille dubbi, senso di inadeguatezza e continua paura di sbagliare. Il tutto intrecciato in maniera non lineare, ma da ricostruire man mano. Questo e molto altro.

Mi rendo conto di aver detto tutto e niente. Ma questo libro va letto, è da farfalle nello stomaco. Dieci e lode.

Forse merita di essere sviscerato più approfonditamente, ma intanto leggetelo, poi magari ne riparliamo.

Eccoci alla fine. Nel complesso sono soddisfatta delle mie letture estive. C’è stato tutto, sia le delusioni sia le profonde gioie.

E voi? Com’è andata con le vostre?

Alicedicarta

Cambio rotta

Da oggi si cambia. Ho provato a scrivere recensioni più o meno decenti, cercando di fare la blogger seria con le palle, ma, al di là del fatto se ci sia riuscita o meno, adesso si cambia.

Innanzitutto scriverò solo dei libri di cui mi va di scrivere. Si, perché questa è una passione per me, non un lavoro, quindi basta sbattimenti, linguaggio formale, notizie sull’autore e bla bla bla.

Secondo, ho detto che non amo le recensioni vere e proprie, qui e su Instagram, quindi d’ora in poi i miei saranno #consiglidicartaflash in cui avranno rilievo più che altro le mie impressioni personali e le emozioni che il libro mi ha suscitato. Cosa mi è piaciuto e cosa no. Stop. Se cercate altro qui non lo troverete, o meglio non per tutte le mie letture.

Scusate la franchezza, ma questo è il mio spazio, il mio rifugio e non può certo diventare un obbligo, un dovere.

Spero mi leggiate come sempre. A presto

Alicedicarta

ARRIVEDERCI A SETTEMBRE

Non fraintendetemi, amo scrivere di libri e condividere le mie impressioni con gli altri. Ma credetemi se vi dico che questa estate, vuoi perché devo dedicarmi alla mia famiglia a tempo pieno, vuoi per il caldo o gli impegni estivi che mi fanno raramente rimanere a casa, non sono proprio ispirata: mettermi lì con dedizione e passione a scrivere un pezzo che sia degno di questo nome proprio non ce la faccio. Mi perdonerete se torno a settembre? Spero di sì! Buona estate a tutti!

#13 FUTURO EDIFICABILE di Marianna Iannarone

Editore: Tempra Edizioni – 2019 – 78 pp. (12 €)

Spesso la descrizione della realtà non lascia spazio all’immaginazione o all’idea di un futuro edificabile, la paura prende il sopravvento, tormenta seminando l’ansia, rendendo fragili e invisibili. Vivere alla giornata sembra essere l’unica rivoluzione da condurre perché il futuro è già presente…

Marianna Iannarone è di Ariano Irpino. Esordisce nel 2016 con la silloge poetica Viandante e il romanzo La voce che non conosci. Ha partecipato a numerosi premi letterari e curato diverse antologie. Attualmente è direttrice editoriale della casa editrice indipendente Tempra Edizioni.

Futuro Edificabile è un romanzo profondamente attuale, che racconta la storia di due trentenni, Gaia e Claudio, innamorati l’uno dell’altro ma ancora costretti a “fare i fidanzati” e a non poter permettersi di iniziare a costruire il loro futuro insieme, per via della precarietà lavorativa che li attanaglia.

Orbita intorno a loro una cerchia molto eterogenea di amici, ognuno con la propria personalità e ognuno alle prese, a seconda dei casi, con problemi di cuore, incertezze economiche e amicizie o addirittura vite da costruire o ricostruire, come qualsiasi ragazzo della loro età.

Ci sarà occasione o volontà di una svolta per loro? Non svelo altro, lo sapete. Quello che posso dire è che non potrete non immedesimarvi nelle storie di almeno uno dei personaggi, anche perché i temi trattati sono davvero contemporanei.

Parlo, ad esempio, della presenza imperante nella loro vita dei social network, che a volte crea, come si sa, discussioni e incomprensioni, oppure delle difficoltà economiche e lavorative di molti di loro, che non riescono ad affermarsi e a realizzarsi in ciò che desiderano, o ancora la politica che, grazie alla protagonista, mostra i suoi risvolti corrotti, ambigui e meschini.

Interessanti anche i rapporti d’amicizia e interpersonali fra alcuni dei personaggi, che forse, però, potevano essere sviscerati maggiormente, giusto per placare la sete del lettore con maggiori particolari. Anche alcune tematiche vengono fuori per brevi lampi e spesso sono rimasta, per così dire, a secco.

Ho trovato originale, invece, il fatto di concludere quasi ogni capitolo con un messaggio telefonico della protagonista a qualcuno di ogni volta diverso e soprattutto amato le pagine in cui Gaia passeggia sulla riva del mare in balia delle sue riflessioni.

Mi sono poi completamente immedesimata nella visione che la protagonista ha dell’amore, il fatto di averlo cercato invano fino all’arrivo di Claudio, la sua convinzione sugli uomini e il ricredersi poi. Mi è sembrata una ragazza normale, vera, non un personaggio di un libro. Quasi un’amica.

La scrittura della Iannarone poi è ben costruita, sembra che ogni parola sia stata messa lì con cura. Si intravede spesso la vena poetica della scrittrice, ma non dispiace. Forse solo qualche dialogo poteva essere più informale.

Insomma un romanzo breve ma degno assolutamente, per tutti i motivi citati, di essere letto. Va gustata ogni parola: io spesso ho riletto dei passi per assaporarne appieno la bellezza e il contenuto. Un gioiellino.

Alicedicarta

#12 LA SOVRANA LETTRICE di Alan Bennett

Editore: Adelphi – 2007 – 95 pp. (8 €)

Non si mette la vita nei libri. La si trova.

Alan Bennett è attore e coautore londinese di commedie teatrali. Molti suoi titoli sono stati pubblicati da Adelphi, ma La sovrana lettrice è il primo che leggo quindi non sono in grado di menzionarne alcuni più meritevoli di altri.

La sovrana lettrice ha come protagonista, come si può intuire, la regina Elisabetta II e la sua nuova passione per la lettura.

Grazie alla scoperta di una biblioteca circolante parcheggiata davanti alle cucine del palazzo reale, la regina da principio decide di prendere in prestito un libro, all’inizio più per cortesia ed etichetta che altro.

A mano a mano si ritrova a vivere, invece, una rinnovata passione per quelle letture e aspetta quasi con ansia l’arrivo della biblioteca. Fa da subito la conoscenza di Norman, un suo sguattero nonché appassionato e acculturato lettore. Tant’è che la regina, vista la condivisione delle letture, decide di farlo suo assistente personale. Non tutti a corte, però, saranno d’accordo con questa scelta. Cosa accadrà a Norman? E questa nuova passione della regina riuscirà a segnare in qualche modo la vita di una sovrana fino a quel momento dedita solo e sempre ad eventi di rappresentanza e viaggi a scopi politici?

La lettura di questo libro vi porterà via pochissimo tempo, ma vi restituirà indietro una storia fresca, leggera, originale, divertente, che certamente vale la pena leggere.

Mi è piaciuta la scelta di raccontare un particolare diverso, intimo e privato della vita di una regina, a tal punto da farvi sentire più vicini a lei, soprattutto se anche voi siete appassionati lettori.

Degne di nota anche le riflessioni della sovrana sulla lettura e il suo sfociare con naturalezza nel bisogno poi di scrivere.

Non vi svelo altro, di certo Bennett sa il fatto suo mentre scrive, non è sprovveduto e non è un libro sciocco scritto solo per strappare una risata, ma fatto con cognizione di causa.

Da leggere senza dubbio. Anche da rileggere. Promosso.